Aeroporto di Agrigento, i segnali ci sono tutti: è la volta buona?

Per decenni l’aeroporto di Agrigento è stato il classico progetto capace di riemergere ciclicamente dal cassetto della politica, accompagnato da annunci, promesse e polemiche. Oggi, però, qualcosa sembra essere cambiato. Non c’è ancora una pista da inaugurare, né sarebbe corretto raccontare una costruzione già decisa. Ma i segnali che arrivano da Roma e dal territorio sono numerosi, concreti e, soprattutto, convergenti.

Il primo dato è forse quello politicamente più significativo: il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, non parla più dell’aeroporto di Agrigento come di una semplice aspirazione territoriale.

A maggio aveva indicato esplicitamente lo scalo agrigentino tra le infrastrutture da sviluppare, spiegando che in quell’area della Sicilia occorre creare condizioni di continuità territoriale.

A settembre, intervenendo sul progetto, aveva aggiunto che, se i numeri lo avessero consentito, il business plan sarebbe stato inserito nel Piano nazionale degli aeroporti.

E ieri, mentre l’Etna tornava a mettere in difficoltà il sistema aeroportuale siciliano, è arrivata una nuova presa di posizione ancora più netta: «L’emergenza Etna di questi giorni lo dimostra ancora una volta: l’aeroporto di Agrigento è sempre più necessario». Non è un dettaglio.

Perché stavolta il ragionamento non riguarda soltanto Agrigento e la sua storica carenza infrastrutturale. Riguarda la tenuta complessiva della rete aeroportuale siciliana.

Il nuovo Piano nazionale degli aeroporti 2026-2035 nasce infatti dalla necessità di preparare il sistema italiano a una domanda di traffico in crescita: dai circa 230 milioni di passeggeri del 2025 verso quota 300 milioni nel 2035. Il Piano non fotografa semplicemente gli aeroporti esistenti, ma ragiona in termini di reti territoriali e di integrazione tra gli scali.

Ed è proprio dentro questa nuova logica che Agrigento ha trovato per la prima volta una collocazione nella pianificazione nazionale. L’inserimento non significa automaticamente che domani inizieranno i lavori, ma rappresenta un salto di qualità rispetto al passato: lo scalo non è più soltanto una rivendicazione locale, bensì è entrato nel perimetro della programmazione infrastrutturale nazionale.

Poi c’è la realtà, che spesso è più convincente di qualsiasi rendering.

L’Etna ha ricordato in questi giorni quanto sia vulnerabile una parte della mobilità aerea dell’Isola quando uno dei suoi principali aeroporti entra in difficoltà. La cenere vulcanica ha provocato sospensioni, cancellazioni e dirottamenti, con centinaia di voli coinvolti e decine di migliaia di passeggeri interessati dall’emergenza.

È proprio questo uno dei punti che rendono oggi diverso il dibattito. Un aeroporto ad Agrigento non sarebbe soltanto un aeroporto per Agrigento.

Potrebbe essere concepito come un ulteriore nodo di una rete aeroportuale regionale, capace di affiancare gli altri scali siciliani e di offrire una possibilità aggiuntiva di collegamento quando uno di essi viene interessato da emergenze, saturazione o particolari criticità operative.

È una prospettiva che coincide con la filosofia del nuovo Piano nazionale: non più necessariamente una competizione tra aeroporti, ma una rete di infrastrutture che devono funzionare insieme.

E qui arriviamo al secondo elemento decisivo: il progetto non è rimasto soltanto nelle dichiarazioni politiche.

Il dossier tecnico richiesto dal Ministero è stato completato e trasmesso al MIT, dopo l’integrazione della documentazione richiesta per consentire la valutazione del progetto.

C’è poi il passaggio normativo che ha cambiato la natura stessa della discussione.

L’articolo 8-bis introdotto nel percorso del Decreto Sud ha previsto un quadro specifico per la realizzazione dell’aeroporto civile di Agrigento, individuandolo come infrastruttura di interesse nazionale destinata a favorire lo sviluppo dell’area centro-meridionale della Sicilia.

Il deputato agrigentino Calogero Pisano, promotore principale del suddetto articolo, da allora, ha continuato a mantenere il tema al centro della propria attività parlamentare e comunicativa, con un’azione più o meno esplicitamente incalzante nei confronti del Governo Meloni.

Ma oggi c’è qualcosa di ulteriore rispetto al 2023. C’è un Ministro che dice pubblicamente che l’aeroporto serve. C’è una norma che ne ha delineato il percorso. C’è un dossier tecnico arrivato sul tavolo del Ministero. C’è un Piano nazionale che guarda ad Agrigento dentro la strategia aeroportuale al 2035. E c’è, proprio in questi giorni, la dimostrazione plastica di quanto possa essere fragile una rete eccessivamente dipendente da un singolo grande scalo per una parte consistente dei collegamenti della Sicilia orientale.

Sono elementi differenti, ma portano tutti a una medesima domanda: se il traffico aereo è destinato a crescere, se la pianificazione nazionale punta sulle reti territoriali, se la Sicilia deve rafforzare la propria connettività e se gli eventi naturali possono mettere in crisi anche per giorni uno degli scali principali dell’Isola, quanto può ancora restare priva di un aeroporto proprio la Sicilia centro-meridionale?

Naturalmente, sarebbe sbagliato trasformare questa domanda in una certezza amministrativa.

Restano da affrontare i passaggi tecnici, economici, autorizzativi e finanziari. Lo stesso Presidente della Regione Renato Schifani aveva sottolineato la necessità di verificare sostenibilità economica, flussi di passeggeri, costi di gestione, fonti di finanziamento e integrazione con la rete aeroportuale siciliana.

Ed è proprio questo il punto: oggi non siamo ancora alla costruzione dell’aeroporto. Siamo, però, molto più avanti rispetto a quando l’aeroporto esisteva soltanto nei desideri di una provincia.

Anche il calendario politico merita una considerazione, senza dietrologie.

Nel 2027 è previsto il ritorno alle urne per le elezioni politiche, mentre il dibattito sulla loro collocazione temporale è già aperto. Questo significa semplicemente che, nei prossimi mesi, le grandi questioni infrastrutturali torneranno inevitabilmente al centro del confronto pubblico. E l’aeroporto sarà una di queste.

Non perché un’opera pubblica debba essere realizzata per una scadenza elettorale. Al contrario: proprio perché le elezioni si avvicinano, saranno i fatti e gli atti a dover parlare più delle promesse.

Per Agrigento, dunque, il momento è particolarmente delicato.

Per la prima volta ci sono una norma, una pianificazione nazionale, un dossier tecnico sul tavolo del Ministero e un ministro che, anche davanti all’emergenza Etna, torna a dire pubblicamente che quello scalo è necessario.

A questo punto la partita non è più soltanto quella di convincere qualcuno che Agrigento abbia bisogno di un aeroporto. La partita è trasformare tutti questi segnali rapidamente in un percorso amministrativo capace di arrivare fino alla realizzazione dell’opera. Ed è una differenza enorme.

Perché quello che per decenni è sembrato un sogno, oggi non è ancora una realtà. Ma, per la prima volta, ha smesso di essere soltanto un sogno.

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