La “tempesta perfetta”: Come il centrodestra ha perso Agrigento

In politica raramente le sconfitte hanno un solo padre.
Più spesso sono il risultato di una serie di errori, valutazioni sbagliate, occasioni mancate e circostanze sfavorevoli che finiscono per sommarsi fino a trasformarsi in una “tempesta perfetta”. Le elezioni amministrative di Agrigento sembrano consegnare al centrodestra agrigentino proprio questa chiave di lettura.

Il contesto di partenza non era dei più semplici. L’amministrazione uscente (di centrodestra) arrivava infatti al termine di un ciclo di cinque anni segnato da un confronto politico acceso e da polemiche su diverse questioni cittadine, tra queste anche l’esperienza di Agrigento Capitale italiana della Cultura. A ciò si sono aggiunte notizie e vicende giudiziarie che hanno inevitabilmente contribuito ad alimentare un clima politico più teso già in avvio di campagna.

In questo quadro si è inserito un elemento certamente decisivo: la divisione della coalizione.
Le forze che governano insieme la Regione siciliana si sono presentate agli elettori con candidature diverse: da una parte Forza Italia, Fratelli d’Italia, MPA e UDC a sostegno di Dino Alonge, dall’altra Lega e Democrazia Cristiana, su un percorso autonomo, a sostegno di Luigi Gentile.

Una frattura che ha inevitabilmente disperso energie, consenso e capacità competitiva e che ha disorientato l’elettorato di centrodestra, risultando per molti difficile da comprendere. Una spaccatura che per molti osservatori non sarebbe stata determinata da reali differenze programmatiche o visioni alternative per la città, quanto piuttosto da personalismi, logiche di appartenenza, arroccamenti di posizione e rivalità maturate nel tempo all’interno dello stesso campo politico. Insomma, più che costruire la candidatura più competitiva possibile ed il miglior progetto per Agrigento, parrebbe dunque essere prevalsa la volontà di difendere equilibri interni e rapporti di forza consolidati.

La fase successiva riguarda l’individuazione del candidato sindaco. Dino Alonge è una figura professionale stimata e rispettata, ma la sua candidatura è maturata in una fase avanzata della competizione elettorale. In precedenza erano circolati altri nomi e altre ipotesi, alcuni dei quali caratterizzati da maggiore notorietà pubblica e da una consolidata esperienza amministrativa.
La scelta finale ha portato su Alonge, chiamato a costruire in tempi molto brevi una riconoscibilità diffusa presso l’elettorato cittadino.

Ma nelle elezioni comunali il fattore tempo è decisivo.
Ad Agrigento, il tempo ha rappresentato uno dei principali alleati di Michele Sodano e uno dei principali vincoli per il candidato del centrodestra. Quando la campagna di Alonge è entrata nel vivo, Sodano era già da mesi presente sul territorio, tra incontri pubblici, iniziative e una comunicazione politica costante.

Ed è proprio sul terreno della comunicazione che si è giocata un’altra parte della partita. La campagna di Sodano è apparsa costruita su una linea narrativa chiara e immediatamente riconoscibile: da una parte il cambiamento, dall’altra la continuità.
Un messaggio semplice ma efficace, che è riuscito a intercettare una parte significativa dell’elettorato. L’area politica di provenienza di Sodano ha mostrato una forte dimestichezza con i linguaggi della comunicazione digitale, costruendo una presenza online costante, strutturata e coerente con la narrazione politica. Sul fronte opposto, la comunicazione del centrodestra è apparsa meno efficace. Non tanto sul piano quantitativo, quanto sulla capacità di dettare l’agenda del confronto pubblico. In diversi momenti della campagna è sembrato che fossero gli avversari a guidare il ritmo del dibattito, mentre il centrodestra si trovava spesso a inseguire. Anche il linguaggio ha evidenziato differenze significative: da un lato contenuti rapidi, immediati e pensati per i social, dall’altro una comunicazione più tradizionale, meno efficace nel trasformare i contenuti politici in messaggi capaci di allargare il consenso.

A tutto questo si è aggiunto il fenomeno del voto disgiunto.
Le urne hanno mostrato come una parte degli elettori abbia scelto liste riconducibili al centrodestra senza trasferire automaticamente il proprio consenso sul candidato sindaco. Un elemento che segnala una distanza tra il radicamento delle forze politiche sul territorio e la capacità della candidatura proposta di rappresentare pienamente quel bacino elettorale. In questo contesto, una parte dell’elettorato è sembrata esprimere più una domanda di cambiamento che una piena adesione a un progetto politico definito.

La conclusione è piuttosto lineare. La sconfitta di Dino Alonge non è riconducibile a un singolo fattore né a una singola responsabilità.

Il centrodestra conserva comunque un significativo radicamento elettorale, come dimostrano i risultati delle liste che lo sostenevano. Proprio per questo la riflessione sul risultato assume un peso ancora maggiore: non sembra essere venuto meno il consenso verso quell’area politica, quanto piuttosto la capacità di trasformarlo in una proposta percepita come unitaria, coerente e pienamente convincente. In politica, come nello sport, si può perdere anche avendo buoni giocatori. Ma quando una squadra entra in campo divisa, arriva tardi alla partita e concede all’avversario l’iniziativa del gioco, il risultato finisce spesso per essere la conseguenza naturale degli eventi.

Più che cercare colpevoli, il centrodestra agrigentino è chiamato a interrogarsi sugli errori commessi. Perché le sconfitte passano, ma le lezioni che lasciano possono servire per vincere in futuro.

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