“Bebidi bebidi San Calò”: il battito del cuore di Agrigento

“Bebidi bebidi San Calò…”
Chi è nato ad Agrigento lo ha cantato almeno una volta. Da bambino, quasi senza sapere perché. Lo si imparava prima ancora di comprenderne il significato, seguendo quel ritmo antico dei tammurinara che attraversava le strade della città come il battito di un cuore. Era una filastrocca, ma era soprattutto un’eredità. Un suono che annunciava l’arrivo dei giorni più attesi dell’anno.
Perché San Calogero, per gli agrigentini, non è soltanto un santo. È San Calò.
È il Santo Nero. È il padre, il medico dell’anima e del corpo, il rifugio nei momenti più difficili. È quel volto scuro, scavato dal tempo, davanti al quale generazioni di uomini e donne hanno pianto in silenzio, acceso una candela o pronunciato una semplice preghiera: “Aiutami.”
Da secoli, quando la malattia entra in una casa, quando un figlio soffre, quando un genitore lotta fra la vita e la morte, il primo nome che sale spontaneo sulle labbra degli agrigentini è il suo. A lui si chiede una grazia. A lui si affida la speranza quando la medicina sembra non bastare.
Ed è per questo che nasce “a primisa”, la promessa. Un patto silenzioso fra il fedele e il Santo. C’è chi percorre chilometri a piedi scalzi, chi veste il proprio bambino con il tradizionale saio bianco, chi porta sulle spalle il fercolo, chi torna ogni anno semplicemente per dire grazie. Non è folklore. È un dialogo intimo, personale, che attraversa le generazioni e continua a vivere nel cuore della città.
La festa, che si rinnova puntualmente dalla prima alla seconda domenica di luglio, è molto più di una ricorrenza religiosa. È la memoria collettiva di Agrigento. Otto giorni nei quali il tempo sembra fermarsi e la città ritrova sé stessa. Le campane, le Messe, le processioni, il lento ondeggiare del simulacro portato a spalla dai devoti, il profumo del pane caldo al finocchietto e al sesamo, preparato in ricordo di quel pane che, secondo la tradizione, veniva lanciato dalle finestre al santo durante la peste perché lo distribuisse agli ammalati, raccontano una storia che appartiene all’identità stessa della città.
Poi ci sono loro. I tammurinara.
Non c’è San Calò senza il loro ritmo. Il rullare incessante dei tamburi non accompagna soltanto la processione: sembra parlare direttamente al cuore. È una musica arcaica, quasi primitiva, che non si ascolta soltanto con le orecchie ma si sente nello stomaco. Quel “bebidi bebidi” che i bambini continuano ancora oggi a cantare non è altro che l’imitazione di quel suono antico, tramandato di padre in figlio, capace di unire fede, festa e appartenenza.
E attorno alla devozione prende vita anche il volto popolare della festa. Le luminarie che illuminano la notte, le bancarelle che riempiono le vie cittadine, il profumo delle calie e dei dolci, i giocattoli, le voci dei venditori ambulanti. Ogni agrigentino conserva un ricordo legato a quei giorni: una mano stretta a quella del padre, una monetina ricevuta dalla nonna per comprare un palloncino, un giro tra le bancarelle prima di attendere l’uscita del Santo.
È una malinconia dolce quella che accompagna questi ricordi. Perché molti dei volti che ci portarono da bambini alla festa oggi non ci sono più. Eppure ritornano, puntuali, ogni volta che il tamburo ricomincia a battere. Vivono nei racconti dei nonni, negli occhi lucidi degli anziani, nelle promesse mantenute e in quelle ancora da mantenere.
San Calogero riesce in qualcosa che pochi simboli riescono ancora a fare: annullare le differenze. Davanti al Santo Nero non esistono ricchi o poveri, credenti tiepidi o fedeli ferventi. Esistono soltanto uomini e donne che cercano conforto, speranza, protezione.
Forse è questo il segreto del suo amore infinito verso Agrigento. Non ha mai chiesto nulla. Ha soltanto ascoltato.
Ed è per questo che, anno dopo anno, quando le prime note dei tammurinara iniziano a risuonare tra i vicoli della vecchia Girgenti, la città torna bambina.
“Bebidi bebidi San Calò…”
Non è soltanto un ritornello. È il suono della memoria. È il rumore della fede.
È il cuore di Agrigento che continua a battere, con la stessa intensità di sempre, sotto lo sguardo misericordioso del suo Santo Nero.




