Dalla cella alla scena: l’ex carcere di San Vito ad Agrigento rinasce come polo culturale

Agrigento, Capitale Italiana della Cultura 2025, assiste a un momento epocale: la parziale riapertura dell’ex carcere di San Vito, un tempo luogo di reclusione e silenzio opprimente, ora soglia di creatività e dialogo globale. Affidato in concessione triennale all’Agenzia del Demanio a Farm Cultural Park – il collettivo visionario di Andrea Bartoli e Florinda Saieva – insieme a partner come Svatteri Srls, Southmovie e Festivalle, questo spazio rinascimentale si trasforma in un hub per l’arte contemporanea, l’innovazione sociale e la riflessione sul rapporto tra uomo e natura. Tra i suoi corridoi di tufo, oggi riecheggiano non catene, ma voci di artisti internazionali, studenti del Politecnico di Milano e cittadini agrigentini, in un progetto che incarna lo spirito di rigenerazione della città, legando il suo patrimonio medievale alle urgenze del presente.

La storia di un luogo tra clausura e oblio

Le origini dell’ex carcere di San Vito affondano nel Quattrocento: eretto nel 1432 ai piedi della Rupe Atenea per volere del Beato Matteo Cimarra, su impulso del Senato agrigentino, il convento dei Frati Minori Riformati fu un baluardo di spiritualità per oltre quattro secoli, fino al 1863. Con la soppressione degli ordini religiosi, lo Stato lo requisì e lo convertì in “carcere duro”, un penitenziario giudiziario che operò fino al 1996, quando i detenuti furono trasferiti nella moderna struttura Di Lorenzo. Da allora, il sito – con le sue mura massicce di tufo integrate nel tessuto urbano – è caduto in un oblio profondo, accessibile solo sporadicamente per iniziative del FAI o studi universitari, come quelli del Dipartimento di Architettura di Palermo. Questo passato stratificato – da rifugio monastico a prigione di sofferenza – rende la sua rinascita un atto di redenzione simbolica, dove le ferite della storia si tramutano in opportunità di memoria condivisa.

Il progetto di rigenerazione: da prigione a laboratorio aperto

Il recupero, presentato il 3 giugno 2025 dal Comune di Agrigento in collaborazione con la Soprintendenza dei Beni Culturali e il Parco della Valle dei Templi, è un modello di co-progettazione partecipata. Farm Cultural Park, nato quindici anni fa a Favara come spazio di rigenerazione urbana, ha vinto la concessione temporanea dall’Agenzia del Demanio, trasformando l’ex carcere in un polo esteso del suo network. Il processo ha coinvolto workshop con il Politecnico di Milano, open call a creativi, attivisti e residenti, per ridisegnare il sito come laboratorio di relazioni umane e paesaggistiche, tra passato, presente e futuro. Oggi, 27 ottobre, una conferenza intitolata “Qui dove tutto sembrava finire, una nuova storia comincia” ha segnato la riapertura parziale, con esposizione di tavole progettuali degli studenti del secondo anno di Architettura del PoliMi, che immaginano futuri sociali e architettonici per lo spazio. Presenti rappresentanti del Demanio, della Fondazione Agrigento 2025 e del sindaco, l’evento sottolinea come questa rigenerazione non sia solo estetica, ma un motore per l’innovazione giovanile e culturale, con prospettive di uso permanente discusse in un dialogo aperto.

Gli spazi rigenerati: giardini, percorsi e arene di libertà

Al centro del nuovo polo, il Giardino dei Papiri – o Knowledge Garden – emerge come cuore verde, celebrando la resilienza della natura e fungendo da soglia tra epoche, con installazioni che evocano la forza vitale contro l’oppressione. Un Sky Path sospeso offre viste mozzafiato sul paesaggio naturale e antropizzato di Agrigento, invitando a una prospettiva nuova sul territorio. Non manca la Navalny Arena, un’area per arti performative e incontri collettivi dedicata ad Alexei Navalny, simbolo della fragilità della libertà, che trasforma i cortili ex penitenziari in teatri all’aperto. Queste architetture leggere e non invasive dialogano con le rovine storiche: suoni immersivi di proteste carcerarie riecheggiano nei corridoi, mentre materiali locali come il tufo e il bambù sostenibile rafforzano il legame con la terra siciliana, rendendo lo spazio un ecosistema vivo e permeabile.

La Biennale Countless Cities: dialoghi globali nelle mura antiche

Dal 27 ottobre, l’ex carcere ospita i tre padiglioni della quarta edizione di Countless Cities, la Biennale delle Città del Mondo organizzata da Farm Cultural Park con il sostegno del Ministero della Cultura e della Direzione Generale Creatività Contemporanea. Sotto il tema “I superpoteri della cultura e delle buone relazioni”, l’evento – visitabile fino al 30 maggio 2026 – esplora tensioni umane, rinnovamenti urbani e riconciliazioni spirituali in contesti di urbanizzazione accelerata. Il padiglione di Nazareth, curato dall’architetta palestinese Razan Zoubi Zeidani (fondatrice di Aldar), indaga la casa come resistenza, intrecciando arte, architettura e memoria collettiva. Quello di Medellín, ideato da un team internazionale con Luca Bullaro, Jorge Torres, Giovanna Spera e Horacio Valencia, narra la metamorfosi della città colombiana da capitale della violenza a modello di urbanismo sociale, attraverso elementi sospesi in bambù che evocano valli e fiumi. Infine, il padiglione di Haiti – “Crisi umanitaria dimenticata” – coordinato da Carla Bartoli di Ring e basato su ricerche di Ciganer Albeniz, denuncia la violenza, le epidemie e gli sfollamenti del 2024, reclamando attenzione globale su una tragedia ignorata. Direzione artistica di Andrea Bartoli, con curatori come Renzo Lecardane e Inhee Lee, la biennale si estende a Favara, Aragona e Palermo, creando una rete che amplifica la voce di città emarginate.

Un polo per la Capitale della Cultura: eredità e futuro

Questa trasformazione si inserisce nel mosaico di Agrigento 2025, dove l’ex carcere diventa emblema di una rigenerazione più ampia: dal restauro del giardino di Villa Genuardi a un anfiteatro urbano ad Aragona, il progetto promuove partecipazione civica e diplomazia culturale. Coinvolgendo istituzioni come la Regione Siciliana e università internazionali, esso rigenera non solo mattoni, ma identità: da luogo di isolamento a spazio di inclusione, dove il mito agrigentino di Empedocle – armonia cosmica – incontra le urgenze antropoceniche. Ulteriori eventi, come l’esposizione Etere di Rudere Project e YARD44 per il DOT Festival, aggiungono strati effimeri di dialogo con le “risonanze invisibili” del sito.

L’ex carcere di San Vito non è più fine, ma inizio: un invito a riscoprire Agrigento come laboratorio di libertà. Per visite e programma, consultate farmculturalpark.com o agrigento2025.org. Qui, tra tufo e stelle, la cultura dissolve le sbarre del tempo.

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