Gli “Ncagliacani” della politica: prima il tornaconto, poi le idee

Ogni epoca politica ha i suoi protagonisti e, puntualmente, anche i suoi “ncagliacani”. È un termine del linguaggio popolare, ruvido ma efficace, che descrive un modo di fare politica più che una persona. Un modo di stare sulla scena pubblica senza una bussola ideale, ma con un fiuto infallibile per il potere.
Sia chiaro: non è una definizione che può essere attribuita indistintamente a chi fa politica. Sarebbe ingiusto e falso. Esistono amministratori, consiglieri, sindaci, parlamentari e rappresentanti delle istituzioni che svolgono il proprio ruolo con passione, competenza e autentico spirito di servizio. A loro va il rispetto di tutti.
Ma accanto a questa politica ce n’è un’altra. È quella che, secondo molti osservatori, sembra caratterizzare taluni che cambiano idee con la stessa facilità con cui cambia il vento. Oggi sono sostenitori convinti di una parte, domani giurano fedeltà a un’altra. Non perché sia cambiata la loro visione del mondo, ma perché è cambiato il centro del potere.
Per chi osserva questi fenomeni, la coerenza appare un dettaglio. Le convinzioni sembrano elastiche, i principi negoziabili, le parole facilmente sostituibili. Ciò che conta è restare sempre dalla parte di chi decide, di chi nomina, di chi può garantire un incarico, una consulenza, un contratto o un qualsiasi altro beneficio personale.
Non è il trasformismo, che nella storia della politica ha avuto anche motivazioni ideali. Qui si parla di opportunismo. Di una politica vissuta come investimento personale anziché come servizio alla collettività.
Quando questi comportamenti si verificano, rischiano di alimentare il cinismo, allontanare i cittadini dalle istituzioni e rafforzare l’idea che ogni scelta sia dettata dalla convenienza. È una percezione che contribuisce a incrinare il rapporto di fiducia tra elettori e politica.
La politica, quella vera, è fatta anche di sconfitte, di scelte impopolari e della capacità di restare fedeli alle proprie idee quando conviene fare il contrario. Chi cambia posizione dopo una riflessione, spiegandone le ragioni agli elettori, esercita un diritto pienamente legittimo. Diverso è il caso di chi cambia orientamento esclusivamente per convenienza personale: un comportamento che molti cittadini percepiscono come distante dall’idea di una politica intesa come servizio alla collettività.
Forse è proprio per questo che il termine “ncagliacani” continua a sopravvivere nel linguaggio popolare. Non è una categoria giuridica, né un’etichetta da appiccicare con leggerezza alle persone. È un giudizio severo su un costume che molti cittadini riconoscono quando vedono la politica trasformarsi in una corsa al favore, all’incarico o alla poltrona.
Finché esisteranno donne e uomini che considerano la politica una missione, ci sarà speranza. Ma finché ci saranno anche coloro che la vivono esclusivamente come un’occasione per sistemare se stessi, gli “ncagliacani” continueranno a far parlare di sé. E, soprattutto, continueranno ad alimentare quella sfiducia che rappresenta uno dei peggiori nemici della democrazia.




