Agrigento, Fratelli d’Italia: primo partito, ma “zero tituli”

C’è un dato politico che emerge con forza dalla composizione dei nuovi vertici del Consiglio comunale di Agrigento: Fratelli d’Italia, pur essendo stato il primo partito della città, resta clamorosamente a mani vuote. Presidente del Consiglio e vicepresidenze sono andati altrove.

Un epilogo che sorprende soprattutto alla luce del verdetto uscito delle urne, dopo le recenti elezioni amministrative. Fratelli d’Italia ha sfiorato i 5.000 voti, affermandosi come prima lista della città. Ha eletto il consigliere comunale più votato, Gerlando Piparo, e può vantare altri tre consiglieri comunali, Pasquale Spataro, Costantino Ciulla e Simone Gramaglia, che hanno superato quota 750 preferenze, un risultato che certifica un radicamento elettorale difficilmente contestabile.

Eppure, il peso elettorale non si è tradotto in peso istituzionale. La distribuzione degli incarichi ha lasciato Fratelli d’Italia completamente escluso dai ruoli di vertice del Consiglio comunale. Un paradosso politico che inevitabilmente apre una riflessione sulle dinamiche interne al centrodestra.

Non è un mistero che, all’indomani delle elezioni del Presidente del Consiglio comunale, il commissario regionale di Fratelli d’Italia, Luca Sbardella, abbia espresso pubblicamente il proprio disappunto nei confronti degli alleati. In un’intervista rilasciata a Grandangolo.it, Sbardella è stato particolarmente netto: «Ci hanno costretto ad accettare un candidato sindaco che gli agrigentini hanno giudicato modesto e che ha portato a questo risultato», riferendosi alla candidatura di Dino Alonge. Parole che fotografano il clima vissuto all’interno della coalizione e che, allo stesso tempo, aprono una riflessione anche sulle scelte compiute dal partito di Giorgia Meloni.

È vero che in politica esiste una consuetudine, sebbene non scritta: quando un sindaco uscente decide di non ricandidarsi, la forza politica che lo ha espresso rivendica generalmente una sorta di diritto di prelazione nell’individuazione del successore. Una dinamica comprensibile sul piano degli equilibri di coalizione, ma che, alla luce del risultato elettorale e degli sviluppi successivi, merita una riflessione. Fratelli d’Italia avrebbe forse potuto rivendicare con maggiore determinazione la leadership della coalizione, proponendo un proprio candidato alla carica di sindaco o, perché no, valutando anche la possibilità di presentarsi autonomamente agli elettori.

Va riconosciuto che Fratelli d’Italia ha lavorato con impegno per mantenere unita la coalizione di centrodestra, privilegiando la compattezza rispetto alle rivendicazioni interne. Una scelta improntata al senso di responsabilità che, tuttavia, non ha trovato alcun riconoscimento nella successiva distribuzione degli incarichi istituzionali.

La politica, però, raramente premia soltanto la lealtà. Premia soprattutto la capacità di trasformare il consenso in rappresentanza istituzionale e il peso elettorale in forza contrattuale. Ad Agrigento questo passaggio non è riuscito.

Così, mentre gli altri festeggiano la conquista della Presidenza del Consiglio comunale e delle vicepresidenze, Fratelli d’Italia può certamente rivendicare il successo elettorale, ma deve prendere atto di una realtà difficile da smentire: il primo partito della città esce dalla partita istituzionale senza alcun ruolo di vertice. Per dirla con una celebre espressione dell’allenatore di calcio José Mourinho: zero tituli.

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